Il 2018 è storia e io tiro un sospiro di sollievo. Finite le commemorazioni, le mostre, le narrazioni e i post sul Sessantotto che ha festeggiato i suoi cinquanta anni, come pure molti di noi, che in quegli anni e negli anni furono bambini. Finito è anche l’obbligo di scriverne, al quale mi sono sottratta durante tutto l’anno, facendo finta di niente. Anche quando un amico mi ha fatto notare fra il serio e il faceto che “il nostro primo mezzo secolo è storia”. “Avanti il prossimo”, verrebbe da dire con noncuranza rassegnata. Tutti invecchiano. Il sessantotto no. Sprizza vitalità attraverso le miriadi di convegni, articoli e interviste, digitali e non.

Per noi che del sessantotto – e dei sessantottini siamo figli questo ha significato soprattutto due cose. Uno: ricordarci ancora una volta i lunghi pomeriggi trascorsi in aule affollate e fumose, le marce forzate delle manifestazioni e le prediche annose prima, durante e dopo l’adolescenza. Essere figli del sessantotto ha significato essere ragazzi negli anni ottanta, anni bui, disorientati, incerti all’ombra della catastrofe atomica e soprattutto gli anni in cui ci rendevamo conto di essere dei piccoli nulla, ché ogni nostro timido tentativo di ribellione, protesta, autorealizzazione che fosse, risultava inutilmente ridicolo, scialbo, al minimo fuori luogo, e al massimo una brutta copia delle gloriose imprese dei nostri grandi vecchi. Nessuno ha espresso questi sentimenti meglio di Enrico Brizzi nel suo capolavoro Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Anche altri autori hanno scritto le magnifiche sorti e progressive dei figli dei sessantottini.* Tutto è stato detto e io potrei solo aggiungere il capitolo in cui ci siamo trovati gli ex-rivoluzionari come capiufficio e dirigenti all’inizio delle nostre carriere, ma risparmio al lettore tale patetico quadro di miserie di fine Novecento.

E nell’anno appena passato, i ribelli di un tempo, ancora arzilli, non hanno perso occasione per ricordarci che stiamo diventando dei cinquantenni senza qualità.

Grazie, sì, siete stati grandi, ma non sarebbe ora di chiudere anche questa pagina del libro della storia? Farci respirare in libertà il secondo mezzo secolo che ci vedrà pensionati senza mariti, senza interviste da rilasciare? Sarebbe ora di porre finalmente tutto nei musei, nei libri di storia, nelle tesi di laurea. Metterci, finalmente, una pietra sopra? Così passai la prima parte dell’anno appena scorso fermamente intenzionata a dribblare qualsiasi festa, dibattito o canzone di gesta, e di passare l’anno quanto più possibile inosservata.

Senonché un pomeriggio di tarda primavera, alla fermata dell’autobus un’istallazione inusuale attira la mia attenzione: scarpe in cerchi tracciati con il gesso, mazzi di fiori, un cartone ondulato che sventola nella brezza e afferma che la rivoluzione non muore. Una lapide impressa nel pavimento stradale istruisce i passanti distratti che in questo preciso metro quadrato cadde Rudi Dutschke, l’anima della rivolta tedesca, ferito da vari colpi di pistola e morto dieci anni dopo a causa delle conseguenze dell’attentato. La lapide c’è già da qualche anno, per chi si trovasse a Berlino, si trova sul Kurfürstendamm, all’angolo con la Joachim-Friedrich-Straße, una zona ormai signorile e gentrificata, un tempo il centro della ribellione.

A prima vista darei ragione a chi si chiese se attempati signori e signore avessero approfittato del momento per liberarsi di calzature ormai fuori moda. Forse è vero: “si tratta di un ennesimo colpo dei mai domati ex-ribelli che vanno ormai per i settantacinque?”, mi chiesi e dimenticai presto la lapide in terra, i fiori e le scarpe.

Finché qualche settimana dopo, ormai in piena estate, mi imbatto in un’altra scritta, anche questa volta sul pavimento. In un bel viola carico si proponeva cultura invece di scuola. “Qualcuno è ancora immune dall’omologazione quotidiana”, la conclusione di Armando, un mio giovane collega (che nella realtà ha un altro nome).

A pensarci meglio, tutto quello che è stato dopo il Sessantotto non è una lunga marcia verso l’appiattimento, degli spiriti, delle coscienze, della politica? Per ritornare alla lapide al cartone e alle scarpe: che sia di gusto felice oppure no, quell’istallazione ci vuole ricordare che ci fu un tempo in cui molti credettero con sincerità e slancio che un mondo migliore è possibile.

Gli anni della protesta furono anni difficili, anni violenti, anni pieni di errori. Ma furono anche anni veri, anni di rivolta contro l’ingiustizia in una società ancora impastata di fascismi, in cui l’istruzione scolastica era ancora un privilegio di pochi, anni in cui le guerre destavano orrore, indignazione, anni in cui si protestava contro le dittature dei paesi esteri e nessuno si sarebbe mai sognato di deportarvi persone non grate alla nostra Europa del benessere.

I sessantottini erano dei gran rompicoglioni, ma piantavano aiole per strada molto prima del movimento ecologista, collaboravano con gli insegnanti nelle scuole di quartiere, molto prima che andare al consiglio di classe diventasse la moda delle signore bene di provincia e non, organizzavano il teatro di strada. Forse non tutti erano sinceri, probabilmente molti lo fecero per moda, o per proprio vantaggio, ma erano tanti, quelli che ci credevano, e non solo per le strade, ma anche nelle redazioni, in televisione, nelle scuole e nelle università.

In quegli anni c’erano i Leone, gli Andreotti e i Cossiga, i Nixon, Gli Assad e i Gheddafi. E c’erano anche i Moro, i Berlinguer, i Willi Brand, e i Dutschke, c’erano quelli come mio padre e mia madre, quelli che in un mondo migliore ci credevano veramente. E c’era Pasolini. C’era una sinistra italiana che faceva andare Carmelo Bene e Dario Fo in prima serata, e Ligabue era un pittore disadattato e non una rockstar. Oggi ci sono solo i Grillo e i Salvini; non c’è più Gheddafi, ma in compenso la Libia è un tumulto di fazioni, signori della Guerra e gruppi militari incontrollati che si spartiscono il paese a colpi di arma da fuoco. E l’Italia con questo paese fa patti per tenere lontane dalle sue coste la povera gente, quelli che un tempo si chiamavano i proletari e che oggi si chiamano clandestini, migranti, illegali**. Oggi in Italia nessuno scende più in strada contro le guerre. E pochi sanno che in Germania nell’autunno scorso si sono svolte vere e proprie cacce all’uomo contro i profughi, mentre ogni famiglia tedesca paga di tasca propria circa tremila euro all’anno per il risanamento del crollo bancario di dieci anni fa. I nostri studenti imparano il dibattito, ma non sanno riempirlo di contenuti, nelle assemblee si litiga su banalità, i genitori stanno ancora nei consigli scolastici, ma solo per lamentarsi, in un mondo in cui tutto si può mettere in questione, ma non si trovano risposte.

Un giorno grigio di fine anno la tipica pioggerellina di stagione, sottile e gelida, irrigidisce i muscoli e abbassa il morale. Uno studente si lamenta perché l’altra classe invece di fare lezione va a un incontro con Frank Matano. A volte bisogna ammettere la propria ignoranza, anche di fronte a una classe, così prego suddetto alunno di fornirmi particolari ulteriori. Scopro che l’entusiasmo vale a un comico che ha fatto fortuna su youtube. Con tutto il rispetto per questo signor Matano, c’è stato un tempo non lontano in cui i miei allievi si entusiasmarono per Dacia Maraini e Amara Lakhous e l’aula magna della nostra scuola di provincia mitteleuropea un giorno si riempì di ragazzi di tutta la città venuti ad ascoltare Stefano Benni, non proprio Matano. Oggi sarebbe improponibile: troppe verifiche, troppi controlli in itinere, troppi esami, troppa disciplina, troppa burocrazia.

Troppa arroganza, egoismo, appiattimento culturale, standardizzazione, omologazione. Troppa indifferenza, troppa paura, troppo cinismo.

Mi domando chi avrà disegnato quella scritta viola che ormai sta sbiadendo, ripenso alla lapide a Dutschke che pagò con la vita le proprie idee, e a quei ribelli cresciuti all’ombra del dopoguerra che volevano cambiare tutto e nemmeno lontanamente immaginavano che un mondo peggiore è possibile.

© Elisa Hermann, 2019 – All rights reserved.

Riferimenti:

La lapide e le scarpe:

http://schmid.welt.de/2018/04/

3000 euro per le banche

https://sz.de/1.4126273

Io sto con Samed

Gustavo Hermann

* Caterina Duzzi, nel volume Compagni genitori, comunisti immaginari, narra la propria infanzia ai tempi di Lotta Continua.

**Devo questo paragone a Andrea Inglese.