“Vero a metà”: i Bonds, i tamponi e la mitologia ai tempi del Covid

Nel romanzo East of Eden John Steinbeck racconta uno degli equivoci più esilaranti della storia della letteratura.

Olive Hamilton ha vinto un volo premio su un aereo militare in grazia della sua solerzia nella vendita di bonds statali per sostenere l’esercito federale statunitense contro i tedeschi in Europa. Siamo ai tempi della seconda guerra mondiale e Olive non crede che gli aerei possano veramente volare, anzi, non crede affatto che gli aeroplani esistano, ma da brava patriota non vuole rifiutare il premio. Tuttavia, per sicurezza prima fa testamento. Una volta nei cieli della California è difficile capirsi, ché il casco con il bluetooth non era stato ancora inventato e nemmeno le coperture delle cabine. Insomma Olive e il pilota si parlavano controvento. Quando il pilota le chiede se gradisce un po’ di stunt (leggi “acrobazie”), lei capisce stuck, e quindi crede che l’aereo stia per cadere a causa di un blocco del motore. Da brava insegnante ha imparato a mostrare un viso sereno anche nei momenti critici, lei intende fare coraggio al pilota con un sorriso stampato in faccia nella terrifica speranza che riesca a fare almeno un atterraggio morbido, mentre il pilota capisce che la signora ama i virtuosismi in stile Frecce Tricolori. Alla fine della scena l’aviatore crede che Olive abbia la stoffa di una aeronauta, mentre Olive si mette a letto per riprendersi dall’enorme spavento.

Si tratta di un breve passaggio in un capitolo di intrattenimento, che prepara il lettore al seguente nuovo sviluppo della storia. È proprio in questi brani che spesso si vede la stoffa di un grande scrittore. E non c’è dubbio che la grandezza di Steinbeck consista, fra l’altro, nel trasmettere un quadro preciso e chiaro della nazione americana in una scena innocente, mentre il lettore si diverte.

Ma una cosa è il vero, un’altra il verosimile, diceva Manzoni, cosciente del fatto che non sempre la gente riesce a distinguere l’uno dall’altro, con gran vantaggio degli scrittori, ma anche dei gestori e proprietari dei “social media”.

E fra tutti gli equivoci in tempo di pandemia, ha captato il mio interesse il post di una utente che dichiara:

“Ma davvero non vi rendete conto che vi state prestando da mesi al giochino del ditino puntato responsabili/irresponsabili per far passare inosservata ai vostri occhi la questione, quella sì determinante nel combattere l’epidemia, tra capacità/incapacità di amministrare e coordinare? Umilmente, da osservatrice e semiresidente di un Paese – la Germania che potrà piacervi o meno, ma che ‘na cosa sap’ fa: amministra’, organizza’ e coordina’”.

L’affermazione mi ha lasciato una strana sensazione, come quando un cibo si ferma sullo stomaco. Sarà forse il tono da lavandaia al mercato del pesce? Io non ho niente, né contro l’uso del dialetto, né contro il teatro quotidiano (del resto, tutta la vita è un teatro, direbbe Pirandello). Anzi, dalle vrenzole io, sono pasolinianamente affascinata.

Quello che mi disturba in questo intervento è la parola “semiresidente”. Un neologismo che io interpreto come “residente a metà”. Dunque residente che non sta né di qua, né di là.

In che qualità si trova in Germania questa signora o signorina? È la sciantosa fissa di un oligarca russo e viene a Berlino una volta al mese per fare spese al KaDeWe, mentre il resto del tempo lo trascorre nell’attico super-ristrutturato di un palazzo fine secolo iper-lottizzato? È stanca di andare a Cortina e quindi viene periodicamente a sciare sulla Zugspitze? È un’impiegata stagionale di una gelateria?

Comunque sia è chiaro, che questa signora o signorina si è creata un’Edenlandia mentale a suo proprio individuale e privato uso e consumo basato su un bellissimo equivoco, quello della Germania organizzata e coordinata e dell’Italia inconcludente e maldestra.

Ebbene lettori cari, se avete resistito finora, leggete oltre, perché, se tutto va bene, vedrete smagato questo Mito da baraccone, con buona pace della finzione narrativa.

MITO: “Berlino ha affrontato il problema del Covid da subito con test a tappeto” (titolo di un rotocalco italiano online in primavera)

Primaditutto Berlino è una cosa, la Germania è un’altra. Che cosa si intende con “Berlino”? Il Land di Berlino, cioè Berlino città-stato? Il governo di Berlino? Il governo tedesco? Si tratta di tre realtà differenti. Io scelgo Berlino, perché è la città dove vivo da tedesca a metà e nella quale ho trascorso il periodo di soggiorno più lungo della mia vita. E a Berlino mi riferirò nel resto del mio testo.

REALTÀ: il tampone per il Covid a Berlino viene somministrato raramente e solamente in casi nei quali sussiste la fondata possibilità di contagio avvenuto. Insomma vi fanno il tampone se tossite e avete la febbre. Se avete un raffreddore volgare il medico vi dice due cose, primo: non venire allo studio, ché forse tanto volgare il raffreddore non è, secondo: stai a casa in attesa degli eventi, e se poi stai peggio chiama l’ufficio igiene.

La maggioranza delle morti a causa Covid sono avvenute perché il paziente è arrivato in ospedale troppo tardi.

MITO: a Berlino hanno arginato bene il virus, così hanno potuto riaprire per tempo i negozi e le scuole.

REALTÀ: a Berlino il contagio è stato blando (almeno finora, ma nelle ultime settimane sta aumentando esponenzialmente), così in primavera si è decisa la riapertura dei negozi e la graduale riapertura delle scuole.

MITO: gli italiani sono indisciplinati, i tedeschi sono civili.

REALTÀ: a Berlino si va in giro come se il virus non esistesse, i cittadini continuano a spintonarsi nei mezzi pubblici, moltissimi non portano la mascherina dove è d’obbligo.

REALTÀ: i vigili e i poliziotti che nei primi mesi dell’emergenza separavano le folle bisognose di agape nelle piazze e nei parchi cittadini sono stati presi a sputacchiate in faccia (letteralmente, non metaforicamente). Salvo poi le masse di sanfedisti che hanno invaso le strade cittadine (sempre senza mascherina e tutti appiccicati) in nome delle libertà individuali, in particolare il diritto ad andare in discoteca. Un mio amico ci si è trovato involontariamente in mezzo. Sta ancora scappando.

REALTÀ: a Napoli ho visto i passeggeri attendere disciplinatamente la discesa degli altri ai lati della metro per poi accedere al vagone in buon ordine. Stessa cosa alle uscite sulle scale mobili e ai varchi. Da manuale di comportamento ferroviario.

REALTÀ: a Capodichino hanno montato un sistema di sicurezza ipertecnologico in poche settimane, compresi i lettori a infrarossi che misurano la temperatura en masse agli arrivi. A Tegel non c’è nulla di simile, nemmeno un accenno.

E, visto che stiamo parlando di aeroporti, lo sapete che l’aeroporto internazionale Berlin-Brandenburg doveva aprire nel 2013? Sono passati sette anni e ancora ripieghiamo sugli antichi aeroporti risalenti ai tempi della cortina di ferro. Perché? Per un giro di scandali e incompetenze da fare invidia a Berlusconi.

MITO: la scuola in Italia non è preparata a affrontare la riapertura in stile Covid.

REALTÀ: A Berlino le scuole usano gli arredi di sempre, gli studenti stanno azzeccati fra di loro, la mascherina è parzialmente obbligatoria e le infezioni stanno aumentando. in quella dove lavoro io due contagi in una settimana. E non abbiamo chiuso.

Inoltre il sistema tedesco, al contrario di quello italiano non prevede il ruolo dell’Addetto alla Sicurezza nelle scuole. Il rispetto delle norme igieniche è posto sulle spalle degli insegnanti che svolgono il ruolo ulteriore di forze dell’ordine e paramedico: in presenza di un alunno che mostra evidenti segni di contagio tocca all’insegnante decidere se spedirlo a casa o fargli continuare la giornata in istituto. Quando ho chiamato la dirigenza per dire che un mio studente in una classe tossiva, aveva evidenti difficoltà respiratorie e era caldo, mi hanno risposto “faccia lei”.

E giacché siamo in tema: non da ieri il mantenimento della pulizia di base delle classi e dell’edificio scolastico tocca agli studenti (sempre orchestrati dall’insegnante). Nelle scuole tedesche una figura come il bidello è inesistente. E lasciatemi completare: mancano anche i tecnici di laboratorio, i bibliotecari e …

… In un paese che ha accolto quasi la metà dei profughi di guerra siriani non esistono i libri di testo plurilingue. In Italia ho visto volumi didattici corredati di strumentario in svariate lingue, compreso l’arabo.

REALTÀ: in tutta la Germania non esiste la figura del mediatore culturale. Anche in questo caso, tocca agli insegnanti inventarsi i materiali di lavoro (questo succede anche nella Scuola Statale Europea di Berlino, un progetto che pure l’Italia contribuisce a finanziare) e improvvisarsi mediatori – come si può, come si deve, direbbe Luciano Ligabue.

E non è finita, tra un’ora e l’altra delle 26-28 ore d’obbligo (contro le 18 dei colleghi italiani) si devono preparare anche tutte le attività extracurricolari, comprese le gite d’istruzione, compreso il rendiconto spese – chi non conosce la ragioneria si frega.

MITO: il governo funziona e per questo il piano di risarcimento per danni economici dovuti al lock down è partito subito e ha raggiunto gli aventi diritto.

REALTÀ: il fisco ha dovuto organizzare un’operazione di recupero crediti, perché per errore, hanno beneficiato delle agevolazioni centinaia che non ne avevano, non solo alcun diritto, ma nemmeno alcun bisogno. Tralascio gli aspetti di violazione legale, per non dire criminali della questione.

MITO: gli italiani piangono miseria e battono cassa al primo problema.

REALTÀ: l’Italia ha varato e attuato negli anni scorsi uno dei più articolati piani di risanamento economico della storia europea, e questo per far fronte alla politica economica tedesca protezionista nei confronti della propria industria e aggressiva verso quelle degli altri membri dell’Unione. Questa politica ha implicato la cessazione degli investimenti statali nella sanità pubblica italiana. La conseguenza è stata la tragedia ospedaliera dell’ultimo inverno. Che l’Italia sia disorganizzata e gestita male non lo credono più nemmeno i tedeschi, basta leggere un qualsiasi commento, per esempio quello dell’editorialista Thomas Friecke nel Der Spiegel – Sì, esatto, quel periodico che nel 1977 pubblicò la famosa foto di copertina con la P38 sul piatto di spaghetti:

https://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/corona-krise-und-euro-bonds-deutschlands-fatales-zerrbild-von-italien-kolumne-a-09ded59c-4d98-4592-86dd-dae5f6d84615?utm_source=pocket-newtab

“Rimettiamoci la giacca i tempi stanno per cambiare…”, diceva Battiato.

REALTÀ: “la borghesia italiana è la più provinciale d’Europa”. Pasolini aveva ragione, fu profetico anche in questo. Credono nei miti, gli italiani, nelle apparenze e nelle favole che si costruiscono loro stessi, semiresidenti abitanti di un mondo a metà, che esiste solo nelle loro teste imbambolate.

Breve Storia degli Hermanns

Ihr, die Ihr aus dem leben wirren Spiele
Hervor mir strahlt, gleich freundlich lichten Sterne
(Friedrich Carl Hermann)

A Gustavo, Vittoria, Gertraud e Stefano Hermann
in memoriam

Intro

Quando si dice che non tutto il male viene per nuocere.
La scrittura di questa storia è la conseguenza di due epidemie. La prima risale a molti anni fa, precisamente al 1861. È l’epidemia di Colera a Napoli. La seconda è l’attuale epidemia che ricorderemo come il tempo del Covid, il Coronavirus, qua in Germania popolarmente noto come “Il Corona”, a mo’ di bandito d’altri tempi.
Il primo gesto del primo giorno di quarantena è stata l’apertura della casella email del mio blog. Il che nel mio caso avviene come se dovessi andare a piedi all’ufficio postale circondariale, riempire vari moduli e alla fine accedere a una cassaforte sigillata. E nella mia percezione così avviene, con vari passaggi che ancora non ho imparato a semplificare. Il fatto è che in realtà dopo tanto armeggiare la casella si presenta immancabilmente vuota. Non questa volta. Una bella sorpresa mi attendeva, e già da tempo! No, non un editore. Un cugino. Anzi, il protocugino!
Il dottor Victor Bruns mi proponeva una lettera scritta nel luglio 1861 da Napoli, da Gustav, nostro avo a suo fratello Fritz, avo suo (di Victor).
Victor Bruns è il figlio di Gertraud Hermann, la pronipote di Fritz e coetanea di zia Vittoria. Entrambe morirono quasi contemporaneamente nel 2003. Si conobbero negli anni sessanta, per iniziativa di Gertraud che fece un viaggio a Napoli con il marito Georg Bruns alla scoperta del ramo italiano della famiglia Hermann.
Victor ha 72 anni, vive a Bad Homburg e ha svolto un lavoro accurato e minuzioso sulla genealogia della famiglia. Il lavoro comprende anche la trascrizione di molte lettere datate e spesso difficili da decifrare e non è ancora finito. Questa storia si riferisce alla versione del documento del 27 maggio 2020 Ahnentafel Gertraud Bruns geboren Hermann (“Tavola genealogica di Gertraud Bruns, nata Hermann”). Tutte le citazioni dalle lettere e l’intero testo della lettera di Gustav sono estratte dal documento di Victor.
Zio Paolo Hermann si ricorda della visita dei Bruns-Hermann. E ricorda Georg Bruns come persona molto simpatica e alla mano: con chi giocava e su quale terrazzo? Forse era ancora la casa del Monte di Dio. A zio Paolo Hermann devo tante informazioni raccontate in due telefonate con lui, il 13 aprile e il 6 giugno 2020.
Vittoria Hermann e Gertraud Hermann-Bruns continuarono a frequentarsi per il resto della loro vita, come vere cugine verrebbe da dire. Anche Vittoria fece un viaggio in Germania, insieme a Mikey. Notevole che entrambe morirono quasi contemporaneamente nel 2003.
Un altro viaggio fu quello di Paolo: nel 1970 attraversò vari luoghi della storia della famiglia. Fra l’altro fu a Moleslav-Mlada, dove il nonno Arturo Hermann era stato prigioniero degli austriaci dopo la sconfitta di Caporetto e anche a Pola dove visse la nonna Maria Gelinek-Hermann ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico.
Per quanto mi riguarda, il giorno in cui ho parlato con Victor Bruns lo ricorderò con grande emozione, come una specie di tappa del viaggio mio, che ancora dura, e che in un certo senso è ed è stato una ricerca, anche delle origini. E anche se è da un po’ che ho la doppia cittadinanza, è da quando ho scoperto l’esistenza di Victor che mi sento veramente a casa, o almeno al posto. Il posto al quale prima o poi arriviamo, o forse non arriviamo mai. Ma è confortante sapere che in giro per la Repubblica c’è qualcuno che condivide qualche gene con noi. Ed è per questo che lo chiamo il protocugino.
Questa storia comincia centosessanta anni fa nella Franconia inferiore dalle parti di Bayreuth, quando tre fratelli decidono di andare a Napoli ad aprire una drogheria.

Premessa

Conosciamo bene il lato Gelinek della famiglia, cioè il versante femminile da parte di nonna Maria (Lully), che pullula di principesse, baroni, capitani di marina, cagnolini, profumi, porcellane, giardini, argenti, balli, e avventure. Questo glamour risale (nientedimeno!) ai Naryshkin, altolocatissima famiglia Russa, imparentata con Pietro il Grande. Dei Naryshkin si legge anche in Guerra e Pace di Tolstoj. Armarono non so quale reggimento di cavalleria durante le guerre napoleoniche. Il ramo maschile, sempre dal lato di nonna Maria-Lully risale a un cadetto degli Asburgo nato da una relazione extraconiugale dell’imperatore Giuseppe II con la figlia di un dignitario di corte. La parentela non si può dimostrare, ma in compenso anche qua ci troviamo prestigiosi ufficiali di marina, come il nonno della bisnonna Elfriede, ammiraglio della flotta austriaca nella famosa battaglia di Lissa nella quale affondarono la flotta italiana. Argomento tabù per la generazione precedente.

Elfriede Czeike von Halburg in Gelinek, poi diventata Elfriede De Petris, arrivò a Napoli verso la fine del 1800 con la nonna Maria ancora piccola. Il padre di Maria era morto su una nave di ritorno in Europa dall’India, in circostanze mai chiarite.

Immagino che avesse una grande dote di affabulatrice la nonna Elfriede, e poi la sua storia, e quella della sua famiglia era chiaramente materia da romanzo, avvincente, affascinante. Zia Vittoria Hermann ha trascritto queste storie in vari volumetti.

Gli Hermann erano meno glamour, non nobili, decisamente e inesorabilmente borghesi e per di più, di provincia. Ma erano operosi artigiani, imprenditori fantasiosi dal grande spirito di iniziativa e non senza il senso dell’avventura. Hanno conservato i loro ricordi in forma di scritti, lettere e contatti personali regolari anche se sporadici, attraverso gli anni, anzi i secoli.

Le “origini”

Gli Hermanns sono numerosi e sparsi per molti luoghi in Germania, Italia, Austria, Belgio e anche in America. Di molti si sono perse le tracce.

L’origine della famiglia è nella Bassa Franconia, nel nord della Baviera in varie zone del triangolo fra Würzburg, Bayreuth e Norinberga.

La nostra discendenza Hermann fa capo a Johann Michael Heinrich Hermann, detto Heinrich (1793-1868) pastore protestante della comunità di Mistelbach (paesino dell’Alta Franconia, circondario di Bayreuth).

Ma il primo Hermann del quale abbiamo traccia risale al tempo della Guerra dei Trenta Anni, al Nacque nel 1697 a Wiesentfels (sempre vicino Bayreuth), un paesino arroccato attorno a un castello ancora oggi esistente e visitabile. Il luogo è alquanto pittoresco, così i tedeschi chiamano la zona “La Svizzera della Franconia (Fränkische Schweiz). In realtà la Svizzera non è molto lontana da là, e neanche l’Austria. Vedremo quanto questo fatto geografico abbia un ruolo nella storia degli Hermanns.

Heinrich Ludwig Hermann, detto Hermannus, nome con il quale fu immatricolato all’Academia Norica Altdorfina (Universität Altdorf): Henricus Ludovicus Hermannus, dopo aver frequentato il liceo di Bayreuth. Hermannus si laureò in giurisprudenza e esercitò l’avvocazia, fra l’altro, a Guttenberg.1

Heinrich Hermann è il pronipote di Hermannus.

I suoi figli, i fratelli Hermann erano numerosi, numerosissimi: più di 26 da due matrimoni. Non tutti vissero a lungo, e molti morirono molto presto, allora la mortalità infantile era alta.

Di questa situazione troviamo una testimonianza precisa e poetica in una lettera di Gustav Hermann, il nostro diretto trisavolo. In questo scritto commovente quanto particolareggiato, Gustav racconta al fratello Fritz la perdita del suo piccolo Berthold, a Napoli nel 1861.

Heinrich non si cura molto dei propri figli, da quanto si legge tra le righe delle lettere, soprattutto di Fritz. A lui dobbiamo la maggior parte delle informazioni sulla nostra famiglia: “… ma si deve lasciare a queste giovani persone [i fratelli Hermann più giovani d’età] il tempo di fondare da soli la loro esistenza e il proprio futuro, prima di parlare di supporto da parte loro, ché solo quello che si guadagnano da soli è loro proprietà, visto che da casa non hanno niente e non possono sperare di riceverne niente, cosa in sé sufficientemente triste”.2

1L’avvocazia, in tedesco Vogtei è la carica esercitata dal Vogt e consiste nella tutela e amministrazione di beni ecclesiastici. Fu introdotta dai Carolingi. Il nome vogt deriva dall’antico altotedesco fogat, a sua volta mutuato dal latino advocatus (!).

2Da una lettera di Fritz del 1852, indirizzata probabilmente alla sorella Wilhelmine Hermann. Il riferimento è il giovane Conrad Hermann, nato nel 1836 e poi emigrato in America. Di lui si persero le tracce.

Fritz, Gustav, Theodor e Louis

Friedrich Carl Hermann, detto Fritz, nacque il 25 settembre 1818 a Rehweiler, frazione di Geiselwind, circondario di Kitzingen, nella Franconia inferiore (Unterfranken) al confine fra la Baviera il Baden-Württenberg (Stoccarda) e l’Assia (Darmstadt) e morì a Reutte (Austria, Tirolo) nel 1872. È un giovane intraprendente e giudizioso. Giovanissimo andrà a Bayreuth prima e dopo a Feldkirch, nel Voralberg, in Austria. Qui impara il mestiere della tessitura e della filatura nella fabbrica del nobiluomo scozzese Douglass. La famiglia Douglass si affezionerà al giovane figlio del pastore e lo sosterrà anche in seguito, quando a sua volta, nel 1855, acquisterà una fabbrica tessile a Reutte, in Tirolo, oggi una stazione sciistica molto conosciuta. L’acquisto della fabbrica è un passo notevole per Fritz. A parte il rischio finanziario a cui va incontro, per ottenere il diritto d’acquisto dovrà divenire cittadino austriaco. Fritz sarà un imprenditore dallo spirito moderno ante litteram; impiega per primo le macchine a vapore, fa richiesta di una linea telegrafica che non gli verrà concessa, poiché la Filatura e Tessitura Hermann, Reutte è l’unica attività industriale in tutto il circondario. E così resterà anche negli anni e decenni a venire. Oltre alle tecnologie, Fritz fonda un circolo culturale per i lavoratori, applica da subito le leggi che regolano il licenziamento e una cassa malattia per i suoi operai – anni prima che Bismark introducesse le assicurazioni sanitarie statali obbligatorie. Non riesco a non trovare qua l’origine dello spirito rivoluzionario degli Hermann delle generazioni successive e di Gustavo Hermann in particolare.

Fritz morì giovane, a 53 anni, nel 1872, per un arresto cardiaco. Se vi capitasse di andare in vacanza montana a Reutte, non abbiate dubbi, il Sentiero Hermann (Hermannsteig) intorno alle Cascate di Stuiben è intestato a lui.1

Ma la prima vera impresa di Fritz avviene molto prima, nel 1848. È questa che a noi interessa più di tutto il resto: “Già sai che ho fondato un’attività commerciale insieme a Gustav e a Louis a Napoli, e dovrebbe essere semplice che anche tu vada là una volta”.2 Nasce la Drogheria-Farmacia Fratelli Hermann Napoli, con sede a Piazza Municipio 24.3

1https://www.reutte.com/highlights/stuibenfaelle/

2Lettera al fratellino Heinrich (omonimo del padre), nato nel 1830. Nel 1848 è apprendista a Bayreuth, ma lascerà la Baviera per trascorrere un periodo a Napoli.

3Annuario d’Italia, calendario generale del regno, 1896.

https://books.google.de/books?id=pe3rrAnpZrsC&pg=PA1907&lpg=PA1907&dq=theodor+hermann+luigi+caflisch+napoli&source=bl&ots=mvYA7qHviO&sig=ACfU3U26DCzVOulM14il1TV7-hVGVJUu2w&hl=de&sa=X&ved=2ahUKEwjOgvXUrMfpAhVS5uAKHXeoCZ0Q6AEwDnoECAoQAQ#v=onepage&q=theodor%20hermann%20luigi%20caflisch%20napoli&f=false

Alla volta di Napoli partono Fritz, Gustav e Louis, dopo li raggiungerà Theodor. Più tardi quasi tutti i fratelli Hermann stazioneranno almeno per un periodo a Napoli.

Fritz, come altri Hermann, è intraprendente, anticonformista, ha una vena letteraria e musicale, scrisse poesie delle quali ci rimangono solo pochi versi. Tenace e attivo protestante, ci tiene a distinguersi dai “bigotti” cattolici che dominano, in numero e mentalità il suo paese, la Baviera

Sto frequentando una giovane di nobile famiglia grigiona, che trascorre qualche tempo qua [a Feldkirch] presso sua zia, dove l’ho conosciuta. Se i miei desideri si realizzano, la signorina Babette de Scarpatetti sarà mia moglie entro la fine dell’anno (…) ha un carattere molto piacevole e ha un certo grado di razionalità e spirito raro fra le donne. Io sono giovane, irrequieto, irascibile e a volte molto capriccioso e non sarei felice con una donna qualsiasi [sic!], e spero di diventarlo con la signorina Babette de Scarpatetti. Lei stessa, sua madre e sua zia sono ben disposte verso di me. Invece il fratello arrogante studente a Padova, un suo cognato e una parte dei suoi parenti, ricchi e superbi, e bigotti – di religione cattolica – sono tutti contro di me e mi faranno il sangue acido, fino a che non supererò tutti gli ostacoli…1

1Da una lettera al padre Heinrich, 1842.

Cosa ne fu della nobile grigiona non lo sappiamo. Fritz alla fine sposerà un’altra donna, Johanna, che gli sarà fedele compagna fino alla fine.

Avranno vari figli, fra cui Adalbert, Hedwig e Theodora (Thora).

Adalbert Hermann (1859-1949) non mostrò il talento del padre e, nonostante gli anni di apprendistato in Inghilterra e negli Stati Uniti lasciò la fabbrica a un cugino da parte di madre e visse di rendita facendo il pittore per il resto della sua vita. Oltre a dipingere quadri e viaggiare molto insieme alla moglie e al figlio Norbert. Cambiò spesso residenza, da Monaco a Graz, dal Lago di Garda a Firenze.

Norbert è il padre di Gertraud Hermann, la madre di Victor. È lei che negli anni sessanta venne a Napoli alla scoperta dei pronipoti di Gustav.

Theodora è la sorella preferita di Adalbert. Sensibile e dotata scrittrice e musicista, autrice di un romanzo stile Piccole Donne, intitolato “Alte Mete”(Hohe Ziele). Sfortunatamente visse all’ombra del marito, Wilhelm Weigand, scrittore di successo, antisemita e parassita (sic), fra i teorici dell’ideologia del Blut und Boden (sangue e terra), ben sistemato grazie al patrimonio della famiglia Hermann, che perse con la crisi del 1929. Theodora morì giovane e il Weigand si risposò. La famiglia Hermann tagliò i contatti con lui, probabilmente a causa della nuova moglie.

Fritz, Gustav, Theodor e Louis perdono la madre in età molto giovane. Di sicuro questa esperienza li segnò cementando il loro legame e marcò il loro spirito di avventura.

La drogheria-farmacia di Napoli è molto importante: nel momento del suo sviluppo massimo fornisce l’intero Meridione, continuerà a esistere per molti anni: “… Che ho nuove notizie da Napoli, Gustav e Louis stanno bene e sono molto soddisfatti dei commerci” (Fritz, 1852). Tutti i fratelli sembrano avervi trascorso almeno una tappa della loro vita e della loro formazione. Fritz stesso invece ritornerà in Germania per continuare la sua carriera imprenditoriale che lo porterà a diventare proprietario di fabbrica. Continuerà a prendersi cura dei fratelli e a tenere la corrispondenza con loro e con il padre, al quale comunica regolarmente le novità. È a Fritz che Gustav, l’avo Gustavo, fa riferimento in tutte le situazioni. Da lui si stabilirà Theodor in un primo momento quando deciderà di ritornare in Germania, e così anche altri fratelli lo terranno sempre come punto di riferimento, quasi un sostituto-padre.

Il contatto con Napoli tuttavia continuerà: “Theodor torna da Napoli verso la fine di ottobre… Io stesso farò la mia visita a Napoli solo la prossima primavera” (Fritz, 1852).

Dopo la morte di Adolf Hermann, nel 1898 la drogheria sarà presa da un lavorante sotto la guida di Gustav (avo), ma presto purtroppo chiuderà. Si trovava esattamente accanto all’ingresso di Palazzo San Giacomo, a destra, dove ora c’è una fila di locali.

Ludwig (“Louis”) Hermann (1822-1896) tornerà in Germania in una veste istituzionale, sarà infatti regio console italiano a Monaco di Baviera. Ebbe vari figli, fra cui Fritz (1859-1920) professore di anatomia all’università di Erlangen, Thora (Theodora) Hermann, che morì nel 1987 a Monaco e Rudolf, giurista e alto funzionario di stato, morto nel 1950. Rudolf pure fu in visita a Napoli durante la guerra. Credo che fosse nell’esercito tedesco, ma non so in che funzione o grado.

Gustav Johann Martin Hermann, l’avo Gustavo nacque anche lui a Rehweiler il 20 aprile 1817. In una nota del 1842 si legge che ha completato gli studi di farmacia con il voto “ottimo” (vorzüglich). Fritz è molto orgoglioso di lui. Dopo gli studi, non si sa bene quando, Gustav partirà alla volta di Napoli. Prima però si sposa con Ida Halbeisen (29/10/1834-30/5/1905 o 1907). Entrambi sono sepolti al Cimitero Britannico di Napoli, sono le tombe dove si trova anche quella di Gustavo Hermann.

Gustav e Ida ebbero molti figli: Adolf (1856), Berthold (1859-1861), Bertha (1862-1865), Helene (1863-??), una bambina nata morta nel 1865, Olga (1866-??) e Theodor (1870-??), di cui si persero le tracce. Tornò in Germania?

Su “Tante Helene” e “Tante Olga” probabilmente Marilisa e zio Paolo sapranno dire di più.

Per non creare confusione, Gustav distinguerà fra Theodor figlio e Theodor-Onkel (Theodor-zio), cioè suo fratello.

Theodor-Onkel doveva essere abbastanza inquieto e insoddisfatto. Nella sua lettera al fratello Fritz, Gustav parla di mandarlo a Reutte, per esporlo alla benefica influenza di Fritz, ma anche per curarsi di una malattia non meglio specificata.

Theodor Hermann nacque il 9 luglio 1820 e morì il 31 ottobre 1881. Non ebbe figli. Nel 1842 deciderà di tornare in Germania, ma continuerà a soggiornarvi a intervalli anche piuttosto lunghi.

Adolf si sposa con Eugenia (Eugenie) Pascal, un’amica della sorella Olga. La famiglia Pascal è molto importante per la storia italiana. Cesare Pascal, anche lui esperto di tessuti, era emigrato dalla Francia prima a Firenze e poi a Napoli. A Firenze conobbe la milanese Paolina Tadiglieri che lo seguì a Napoli. Vicino Caserta fondò il Setificio di San Leucio, una delle fabbriche più moderne d’Europa, vanto dell’industrializzazione iniziata dal Re di Borbone. La famiglia Pascal fu sterminata dal terremoto di Casamicciola del 1883. Zio Paolo racconta che la famiglia Pascal si era recata a Ischia proprio quel giorno, il 28 luglio. Si salvarono solo Eugenia, miracolosamente ritrovata tre giorni dopo sotto le macerie e Teodoro Pascal, che studiava a Zurigo. Zio Teodoro fu ingegnere e esperto di avicoltura, scrisse numerosi libri sulla seta e sugli uccelli. Della madre, Paolina Tadiglieri e della sorella Clotilde sopravvivono due disegni che stanno appesi nel mio salotto. Me li diede zia Eugenia vari anni fa. Uno raffigura una veduta flegrea, forse proprio Ischia.

Adolf e Eugenia-Eugenie ebbero tre figli: Arturo, Ida e Pauline. Arturo, nostro nonno, sposerà Maria Gelinek (nonna Lully).

Ma la vita familiare è turbolenta, Adolph ha un carattere difficile e inoltre beve molto e diventa incontrollabile. Su sollecito di Eugenia-Eugenie, Gustav e Ida decidono di mandarlo nuovamente dai parenti in Germania. Di lì a poco morirà ancora molto giovane, non si sa bene se a causa dell’alcol, o per una malattia.

Hedwig Hermann, la figlia di Fritz che sposò un Gronvold, pittore norvegese, era al corrente dei fatti della famiglia di Napoli e in una lettera alla moglie del fratello Norbert (la nonna del protocugino Victor) il 15 novembre del 1924 scrive:

“A napoli vivono ancora le figlie di Gustav, mentre entrambi i figli Adolf e Theodor sono morti già da tempo. La famiglia del primo [Adolf] era costituita da da due figlie e un figlio di nome Arthur, sposato da alcuni anni, ha fatto la guerra come italiano e poiché è finito in prigionia tornerà presto a casa sano e salvo. Il nome Hermann dunque si conserva con tre figli maschi dei differenti matrimoni (…) Rudolf e Arthur”.

Artur è il nonno Arturo. Rudolf è il figlio di Louis di cui dicevo prima. Gustavo (papà) citava Rudolf in un aneddoto di famiglia: il nonno Arthur-Arturo comunicava solennemente alla famiglia riunita di aver ricevuto lo stemma degli Hermann dal cugino Rudolf, e nell’emozione, invece del cimelio della stirpe, afferrò una cesta di fichi secchi fra le risate dei giovani. “Non c’è rispetto”, avrà pensato nonno Arturo, oppure avrà riso anche lui? E questo stemma, dove sarà finito?

Arthur, Theodor, Ida, Helene, Olga e Pauline

Il figlio di Adolf e Eugenia-Eugenie, Arturo, diventò nostro nonno.

Studiò da ragioniere, ma non andò all’università. Gustav e Ida lo mandarono in Germania, a Berlino, a completare la formazione, “ma non imparò niente di nuovo”1, anzi tornò in Italia. Dovette essere un’esperienza piuttosto deludente, se poi decise anche di fare la guerra “come italiano”. Fu preso prigioniero a Caporetto e deportato al campo di Moleslav-Mlada. Gli austriaci però furono piacevolmente sorpresi che parlasse tedesco. A un certo punto della sua vita Arturo sfortunatamente si ammalò di acromegalia e fu visitato anche da Cardarelli. La malattia gli sfigurò i lineamenti che in precedenza dovevano essere stati molto graziosi. Fortuna nella sfortuna, il male si fermò, e comunque non gli impedì di sposarsi e fare famiglia. Giudizioso e responsabile mantenne la moglie, la nonna Maria-Lully (che era una brava pittrice, aveva studiato da Casciaro) le nonne le sorelle e naturalmente i figli: Gabriella, Eugenia, Gustavo, Vittoria e Paolo.

Gustavo stesso portava anche altri tre nomi: Adolfo, Federico e Alberto. Adolfo in onore al nonno sopravvissuto al colera e poi morto in Gerania, Federico per ricordare il nonno Gelinek, (oppure anche Friedrich-Fritz?) e Alberto, il nonno De Petris, terzo marito di Elfriede (la pronipote delle principesse) e papà acquisito (ma non meno amoroso) di nonna Maria.

Nei quattro nomi di Gustavo io intravedo anche una certa volontà di unificare per sempre i borghesi e i principi.

1Sempre da Paolo Hermann, 13/4/2020 e 6/6/2020.

Ida sposerà un certo Großmann, tedesco anche lui, contabile a Cava de’ Tirreni. Dopo quello di Tora Hermann con Weigand, il matrimonio di Ida è il secondo contatto degli Hermann con il nazismo. Se escludiamo il cugino Rudolf che fu nella Wehrmacht, ma non si sa con quale ideologia di sottofondo. Nessuna famiglia tedesca ne fu esente. La nostra non fece eccezione. Un emendamento? Nonno Arturo nascose un ebreo negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, Shapiro, detto “Schapiniello”. Quando Schapiniello si sposò invitò tutti gli Hermanns al matrimonio nella sinagoga di Napoli. In mancanza di kippà gli uomini ovviarono con dei fazzoletti, fatto che rese il matrimonio un avvenimento quasi da cabaret. Da ragazza conobbi la nipote di Schapiniello quando frequentavo la comunità ebraica. Schapiniello stesso era all’epoca già molto anziano e non si presentava più in pubblico. Il marito della figlia, per poterla sposare si era dovuto convertire all’ebraismo. Credo che a casa di Schapiniello assaggiai per la prima volta un piatto ebraico, scoprendo le somiglianze fra le cucine del Mediterraneo. Ma questa è un’altra storia.

Grosmann era il responsabile dell’NSDAP, il partito nazionalsocialista per tutta l’Italia meridionale. Il suo compito era di controllare la conformità dei cittadini tedeschi residenti all’estero alla linea nazista.

Allo sbarco degli alleati, Grosmann fuggì con Ida in Germania. Sfortuna volle che si trovassero proprio nella zona di influenza sovietica. La povera Ida morì di idropisia, Georg riuscì a ritornare in Italia, dove ritrovò intatta la sua scrivania e riprese il suo lavoro come se nulla fosse accaduto. L’Italia era ‘casa sua’. I Grosmann ebbero tre figli, Traute, Ilse e Helmut. Traute sposò un certo Pietro Fornelli. Zio Paolo racconta che fosse alquanto sciroccata. Chi se ne ricorda di più? Di Ilse e Hellmut non si sa molto. Il figlio di quest’ultimo abita (o abitava) a Colonia, ma evitava il contatto con la famiglia, dice Victor.

Pauline invece sposò un Gaeng, belga, proprietario delle Birrerie Meridionali. Anche questa storia ve la racconto.

Si tratta di un altro grigione più famoso della prima fidanzata di Fritz: il pasticciere Luigi Caflisch (1791-1866). Anche Luigi è pieno di spirito di iniziativa: apre la pasticcerie più famosa del meridione e una distilleria.1

Insieme a altri “emigrati” di nazionalità belga nel 1825 Caflisch fonda la prima fabbrica di produzione di birra del Meridione d’Italia. La fabbrica si trovava a Capodimonte, sul Corso Amedeo di Savoia. Oggi purtroppo l’edificio non esiste più, ma era di stile molto simile alla Reggia. A partire dal 1905 la fabbrica si chiamerè Birrerie Meridionali2. Nel 1929, a seguito della Grande Crisi, le Birrerie vengono vendute a Peroni, che nel 1955 sposterà la produzione a Milano. La famiglia Gaeng se ne andò in Belgio, dove rimase e dove ancora si trovano nostri lontani parenti.

Le Birrerie Meridionali produssero, fra l’altro i marchi Münchner Capodimonte Bräu e Birra Napoli.

Un ultimo mistero: il nome Luigi Caflisch si legge in una lettera di Fritz che riguarda Theodor. Era il 1942 e Theodor, che aveva solo 22 anni, aveva deciso di fare ritorno in Germania e di salute non stava bene. In questa concomitanza la famiglia (probabilmente il solito Fritz) dovette pagare una fideiussione a Luigi Caflisch “tutt’altro che esigua”3 Di che cosa si trattava? Che cosa avevano a che fare gli Hermann – e Theodor in particolare – con Caflisch? Lo sapremo mai?

1 https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Caflisch

2 http://www.storiadellebirrerie.it/Birrerie/Birrerie%20Meridionali.html)

3Dalla Ahnengeschichte di Victor Bruns.

In Belgio i Gaeng aprirono un ristorante molto bello. Uno dei ragazzi purtroppo morì a causa delle ferite riportate a una gamba durante un bombardamento. Un altro, Renato, tornò a Napoli per un viaggio in età avanzata nel 1993, poco prima di morire. Mi ricordo la sua contentezza e la sua sorpresa di trovare la città così cambiata. In peggio…

La Napoli che videro i Fratelli Hermann, i Caflisch e i Gaeng era una metropoli brillante, all’inizio di un decollo industriale vertiginoso e sede di una solidissima banca che contava fra i propri debitori i reali di Francia. Una città ricca e piena di vita, con teatri su pontili sul mare, caffè chantant, cinematografi, feste e sicuramente tanto champagne.

E come tutte le metropoli dell’epoca, da Londra a Parigi, anche Napoli fu infestata da virus e batteri, come l’epidemia (di colera?) del 1861, in concomitanza con un’altra catastrofe: l’Unità d’Italia. Della seconda gli Hermann non parlano, ma la prima li coinvolse direttamente, e tragicamente.
Helene e Olga non si sposarono e vissero con la famiglia di nonno Arturo, contribuendo notevolmente all’andamento della vita familiare.

La lettera di Gustav

Napoli, 28 Luglio [in italiano nel testo originale] 1861

Caro Fritz!

Quante cose sono cambiate dal 22 d [Luglio] giorno del recapito della tua cara lettera del 17! – Le tue care righe, la tua partecipazione, le tue parole di conforto non mi diedero tranquillità. La mia situazione era disperata. Tutti erano a letto malati, tranne Theodor, che avevo portato da un’amica di mia moglie. Le preoccupazioni e gli sforzi delle ultime 4-5 settimane le hanno consumato le ultime forze, così ho dovuto farla mettere a letto, e non meglio stanno le nostre ragazze. E così stavo, io stesso con le gambe stanche e il cuore mosso e agitato, spesso grondante di sudore, che il caldo tremendo e la paura mi provocavano, trascinandomi da un accampamento all’altro cercando di soddisfare i differenti desideri, preghiere e bisogni che mi arrivavano da ogni parte. Il mio stato lo puoi immaginare, ma non lo puoi provare! Eppure, mi feci coraggio, mi dissi “Tu non ti devi ammalare, ti devi mantenere forte per il bene di tutti!, bevvi un bicchiere di vino e ripresi le mie tristi occupazioni. Finalmente riuscii a trovare una domestica adatta, chiamai due medici, poiché lo stato di Adolph [il nostro bisnonno, n.d.t.] era peggiorato, e le loro risposte mi diedero poca speranza. E mentre dedicavo la più grande attenzione a questo, anche lo stato di Berthold peggiorava di ora in ora, il morbillo si era aggiunto, febbre forte e l’ultimo dente canino stava spuntando. Terribili convulsioni assalivano il povero bambino e lo strattonavano nel lettino da una parte all’altra. Si riprese un poco, il giorno dopo passò per tutti fastidiosamente, solo Ida aveva forti dolori di gola e era molto abbattuta. Il 24 mattina andò ancora abbastanza bene, ma il medico non era andato via da mezz’ora, che i crampi ricominciarono, e come se non bastasse ancora,mi arrivò una lettera nella quale mi si diceva che Theodor stava poco bene, con febbre e diarrea e il corpo infiammato. Mando a cercare un medico che sarà trovato dopo molto sforzo, e così Mi viene riportato il mio Theodor avvolto in lenzuoli, mentre siamo occupati al letto di Berthold, che si agita terribilmente negli ultimi crampi. In tali condizioni si potrebbe perdere la ragione e dubitare della bontà dell’Onnipotente.

Mentre il medico mette in atto gli ultimi tentativi di soccorso, io, con il cuore in sussulto reggo in braccio il mio tesoro, Ida ausculta nel letto accanto e teme ogni respiro che minuto per minuto diventa sempre più forte e interrotto, finché il povero angelo alle otto e mezzo di sera esala l’ultimo alito e giace morto fra le mie braccia. Il mio dolore te lo puoi immaginare, mi accasciai fra singhiozzi e lacrime. Lascia che taccia quello che ho sofferto e che ancora soffro, questo caro, il migliore, figlio era tutt’uno con il mio cuore, era la mia distrazione in ore di gioia, la consolazione in momenti di rammarico, la mia serenità in ore di stanchezza e dolori. Geloso del mio affetto, sentiva il mio arrivo già da lontano e mi aspettava sulla scala con le braccia aperte, per prendermi il bastone, metterlo al suo posto, portarmi in camera, e non permetteva che nessuno oltre lui mi portasse le pantofole, poi si metteva accanto a me durante il breve riposo sul sofà, affettuoso chiamando il caro nome “papà papà” che mi entrava nel cuore come nessuno. Quando il tavolo era pronto, mi tirava con dolce violenza dal riposo e mi conduceva a tavola, spingendo la sedia di papà, per sedersi in braccio a me e infilarsi in bocca i bocconcini che papà gli preparava.

Ma lasciami tacere, il cuore mi sanguina e dovunque volgo lo sguardo mi manca questa cara piccola figura che – quale spaventoso cammino – accompagnammo al suo ultimo luogo di riposo. Ida non trovava pace nel letto, le dovemmo portare la bara con il cadaverino sereno e venusto accanto al letto, per farle prendere commiato dal suo tesoro e benedire il suo riposo con gli ultimi baci e lacrime. Ma ora lascio l’angelo morto in pace e mi rivolgo umile ai miei doveri verso quelli ancora vivi. Il mio unico orgoglio, l’orgoglio dei miei figli è spezzato! Quello che ne rimane giace una parte con la febbre e di nuovo tranquillo, dormienti nell’arsura della febbre, oppure soavemente assopiti, tranquilli o inquieti, svegli, e addirittura alle volte vispi, e il cielo sa che cosa mi porteranno i prossimi giorni. Ida sta meglio e si è alzata, ma spesso deve coricarsi ogni tanto, spero che tra qualche giorno sarà guarita. Adolph, il povero bambino, giace smunto a letto,dorme molto e nonostante i medici dubitino che si riprenda e prevedano la possibilità della fine come abbastanza certa, ma io spero ancora! Da due giorni ho persuaso il più famoso medico omeopatico, Rubini, e questi non dubita di riuscire a guarirlo, voglia Dio dare la Sua benedizione. Dal giorno del suo compleanno, l’8 luglio non ha più lasciato il letto. Lo stato di Teodoro non mi sembra preoccupante, è ancora robusto e forte, ma non ha voglia di lasciare il letto e spesso ha la febbre, tuttavia non temo per lui, e non penso che mi lascerà come Berthold che ci è stato strappato via all’improvviso in tutto il suo splendore.

Di Theodor-zio ti posso dire poco, lascio che lo faccia Louis. Si trova di nuovo in sofferenza, poiché [manca una parola n.d.T.] non si è mantenuto bene. La malattia di Adolph lo ha un poco distratto dalla sua passività, e dopo che per oltre 15 mesi non era più salito da noi al sesto piano, lo fece per ben cinque volte per vedere Adolph. Il giorno dopo la morte di Berthold andò a Sorrento con il cognato Louis [un omonimo del fratello Louis? Cognato: fratello di Ida?], Magdallena e Don Pietro, il lavorante del Magazzino e da allora, dall’arrivo della tua cara lettera, non l’ho più visto. Anche io trovo un viaggio a Reutte molto consigliabile per lui: non mi prometto molto dalla mia influenza su di lui, ché questa è molto limitata. Quando si mette una cosa in testa non lo si convince facilmente del contrario e da anni non cerco più di influenzarlo, in questo modo mi sono trovato meglio.

Stammi bene caro Fritz, saluta tutti caramente da parte mia, e voglia il Cielo proteggere la tua casa e i tuoi cari dalla sfortuna e dalle disgrazie che sono accadute a noi. Della tua partecipazione sono convinto; anche qua ne abbiamo avuta tanta. Consolazione non ne potrò trovare, ché il cuore mi si spezza sempre di nuovo. Addio, il tuo triste fratello Gustav.

Ti invio un paio di scarpette di feltro per Bertha, l’ultima cosa che rimane di Berthold, sono sicuro che apprezzerà questo povero ricordo. Dio vi protegga!

Mi srebbe di grande aiuto se tu potessi comunicare la mia sventura a Bamberga e a Mistelbach [dove vivevano la sorella e il padre, n.d.T.], ti puoi immaginare quanto tempo ho a disposizione, e grazie già in anticipo per questa buona azione. Adieu! [in francese nel testo, n.d.T.]

… E quella di Fritz

Reutte, 5 Agosto 1861

Cara Minna!

La mia ultima lettera del 24 Luglio devi averla ricevuta. Oggi ti devo dare purtroppo notizie molto tristi della famiglia di Gustav. Ti accludo la lettera di Gustav in originale e ti prego di inviarla al caro padre dopo la lettura, che parteciperà intensamente al dolore di Gustav. Sia lode a Dio da noi tutto va bene, ma capirai sicuramente che la perdita di Gustav mi ha trasmesso l’ansia di simili accadimenti della vita. Gustav era talmente affezionato a Berthold,quanto lo sono io al mio Adalbert. Anche lui è pieno di vita, come un tempo Berthold. Voglia la grazia di Dio lasciarci il figliolo in salute. Con tanti cari saluti da noi tutti a te, a Liebeskind [il marito di Minna, n.d.T.] al caro padre, sempre il tuo caro fratello,

Fritz

Extro

Contrariamente alle aspettative, Theodor morì qualche tempo dopo Berthold, nello stesso anno.

Gustav perse ancora altre due figlie.

Adolf che all’epoca aveva cinque anni invece riuscì a farcela, forse proprio grazie al famoso omeopata. È a lui che dobbiamo la nostra esistenza?

Nove anni dopo nacque l’altro Theodor, del quale si persero le tracce.

Avete notato anche voi la precisione nel raccontare i particolari di questa tragedia, l’accuratezza nel descrivere le emozioni?

E Berthold era davvero così angelico e affettuoso, o è l’immagine che ce ne dà Gustav? Certo era un bambino di appena due anni, come non poteva essere dolce e carino? E come sarebbe diventato? Forse avrebbe reso la farmacia una grande catena? Oppure avrebbe dipinto quadri anche lui?

E le preghiere di Fritz furono ascoltate: Adalbert visse, anche se non volle ripercorrere le orme del padre. Comunque sia, se così non fosse stato, adesso non avremmo il protocugino Victor.

Gli Hermanns hanno attraversato le strade e la storia d’Europa, furono disciplinati e risoluti, irrequieti e fantasiosi, coraggiosi, artisti, viveur, bohemien, imprenditori e avventurieri. Da quando ho iniziato a scrivere questa storia vivono con me, alle volte mi salutano la mattina con il caffè, oppure mi raggiungono nei sogni: vedo l’avo Gustav con la sua sposa e i figli ammalati correre e ansimare e disperarsi e farsi coraggio nella baraonda dell’epidemia, il secondo Theodor, scomparso chi sa dove, Thora la scrittrice sfortunata, Adalbert il pittore viveur, la povera Ida che sposò un nazista e di nazismo morì, Adolf, il bisnonno folle che unì il nome dei Pascal con quello degli Hermann. Arthur-Arturo, il nonno laborioso e serio, ma anche lui amante dell’arte e della musica che andò in guerra “come italiano”. E a capo di tutti Friedrich Carl, Fritz, il demiurgo orchestratore delle carriere, di cui i miei fratelli Carlo e Federico portano il nome, quasi a sigillare la continuità mai interrotta fra l’Italia e la Germania, il lungo cammino da Hermann Steig a via Gustavo Hermann.

Da qualche anno circola un nuovo giovane Hermann che ha riportato il nome da Napoli a Monaco, dove è nato, appassionato di storia e di politica, orientato verso la giurisprudenza, poliglotta, estroso e un tantino arrogante, Emanuelis Hermannus. Perfettamente in linea con il gene e con la storia.

La nostra storia.

… E grazie!

A Victor Bruns, il “protocugino”, per il minuzioso e preciso lavoro di ricerca, per le lettere, per aver inserito le ultime generazioni di Napoli nel libro di famiglia e la condivisione di altre storie personali attuali. A zio Paolo Hermann per i racconti, gli aneddoti e le precisazioni. A Carlo Hermann, che ha contribuito alla stesura con pensieri e ipotesi, a Marilisa Hermann che si ricorda di Traute. Ai miei amici Andrea, Detlef e Francesca che hanno pazientemente ascoltato le storie degli Hermanns.

E ora tocca a voi!

Questo breve racconto si considera un work in progress da completare e attualizzare con le vostre precisazioni, i vostri commenti, le vostre versioni della storia, e nuove testimonianze dei documenti di Victor, se ce ne saranno. Grazie a tutti.


Berlino, 8 giugno 2020.

Ogni diritto è riservato – All rights reserved worldwide.
© Elisa Hermann, 2020.
© Famiglia Hermann, 2020.

L’irresistibile sospensione dell’essere

È una delle prime giornate di coprifuoco e anche se c’è il sole fa ancora troppo freddo per starsene sul balcone, inoltre ho appena inventato un gioco, un passatempo che voglio subito mettere in pratica. Gli ho già dato un nome, composizione di libri in epoca virale. L’originale trovata è ispirata chiaramente a un modello preesistente, il disegno di uno sgabello di cartone raffigurante tanti volumi accatastati; come tante cose nella vita, era fatto così bene che a colpo d’occhio sembrava fatto di libri veri, e invece era solo un trompe l’oeil. Altro fatto che capita di frequente, dopo tanti anni di onorato servizio è finito nel bidone della carta da riciclare. Privata della composizione fake e della libertà di passeggiare ben intabarrata nell’aria frizzante di marzo, mi dedico allora a questo esperimento di bricolage ausiliario anticontagio. Libero all’uopo un quadrato di uno scaffale scandinavo di lusso e procedo alla selezione dei tomi adatti, che non mancano, ma devono essere composti in modo da creare alla fine un’insieme gradevole alla vista (il contenuto conta meno), il che non è facile quando i tascabili abbondano e i volumi rilegati mostrano gli anni. Giocherò sul colore e sulla forma. I celesti al centro, i rossi, i dorati e i colorati di lato. I volumi più estetici, che sono anche quelli meno imponenti, in alto. Il risultato è di grande effetto: Tolstoj regge tutto, spalleggiato da due fiammeggianti edizioni vintage di Fallaci. Sopra di lui si appoggiano due diari di viaggio e la storia del design internazionale (cioè europeo e nordamericano), in alto a sinistra, sopra Mark Twain, al lato di Vargas-Llosa e sotto i graziosi volumetti rossi di Wagenbach. due favole per bambini: nel paese dei mostri selvaggi e Tutto andrà bene di nuovo.

“Tutto andrà bene di nuovo” (es wird alles wieder gut) è un’espressione che i tedeschi usano nei momenti disperati, cioè quasi sempre a sproposito, scelta come titolo dell’odissea di una famiglia di siriani adattata al sentire dei pargoli nordeuropei, ciò che ai nostri tempi si definiva, lettura edificante, tipo Sandokan, per intenderci.

Chiude l’insieme un volumetto blu di Prussia, elegante nella sua semplicità, La trasparenza del male, della buonanima di Baudrillard. L’opera sta a pennello per completare la composizione di libri in epoca virale. In questo saggio il filosofo francese riflette sui fenomeni estremi, fra i quali egli conta anche i virus che infestano il nostri mondi, il reale e il virtuale, dice lui, allo stesso modo.

Ci siamo creati un mondo perfetto, biologicamente asettico e politicamente trasparente. Un mondo superautomatizzato, iperregolato, ultraviziato, normalizzato: un mondo comodo e prevedibile. Un mondo dove basta essere omologati e funzionali, per essere felici, come questa scultura di libri, ché se adesso estraggo Tolstoj per una breve consultazione crolla tutto, come in quel gioco con i mattoncini di legno.

Questo mondo uniforme è la dimora ideale per i virus che amano la diversità e si divertono a sperimentare nuove forme e sempre diverse, a togliere i volumi dagli scaffali delle nostre certezze.

Troppa filosofia, ci vuole un po’ d’aria. Prima però rimetto il volumetto al posto suo. Esco. Sul balcone le piante sopravvissute all’inverno richiedono una seria operazione di giardinaggio urbano. Mentre avvio il modulo di istinto pianificatorio, sbircio dal parapetto la vita in questa giornata dell’era del virus. E vedo un mondo rallentato, silenzioso, poche automobili, molta vita nelle case, e sui balconi, poca gente per la strada, cammina attenta, guarda avanti e si guarda intorno. Il mondo incalzato dalla malattia è cosciente, leggero e sospeso. È un mondo in pausa. Del resto che cosa faceva l’umanità ai tempi delle epidemie storiche, la peste, il colera? Andava in stand by, sospendeva, prendeva in mano i libri e si raccontava storie.

Riaffiora un ricordo confuso. Il colera a Napoli, una miriade di anni fa.

Che cosa facevamo?

Aspettavamo curiosi e distratti il fratellino che doveva nascere, ma che tratteneva la mamma in ospedale e se la prendeva comoda, e guardavamo il nonno a cui eravamo affidati disinfettare con zelo e scrupolo ogni centimetro di pavimentazione esterna e interna, e le scale di accesso alla casa e persino molti metri della strada attorno, una delle tante strade a scalini che si arrampicano per la collina del Vomero fra giardini profumati di agrumi e gelsomino nascosti dietro alte mura di cinta.

Creolina, si chiamava il liquido incantato garante di salvezza e immunità. Il nome evocava già da sé scenari di avventure di corsari nelle Antille, ma più intriganti ancora erano l’odore, una via di mezzo fra l’orzata e i chiodi di garofano, e la consistenza lattiginosa di quella sostanza misteriosa.

Ubbidienti al divieto tassativo di avvicinarci alle ampolle che apparivano magicamente solo al momento della rituale disinfestazione, assistevamo con ossequiosa ammirazione allo spargimento della pozione miracolosa, come apprendisti stregoni a una lezione del Ministro della Magia.

Più tardi, scalpitando fra i muretti del giardino al riparo dal contagio, lo imitavamo nei nostri giochi, versando acqua colorata sulle pietre di cotto attorno alle aiole.

Nonostante gli sforzi (e i successi) del nonno nello spiegarci che cos’è un’epidemia, per anni nella mia fantasia ha continuato a prevalere un’immagine manzoniana del colera come una specie di fantasma che passava quando la gente era distratta, effimero e insidioso, insozzando con i suoi effluvi pestiferi i luoghi abitati dagli umani, uno spettro malefico contro il quale tuttavia c’era rimedio infallibile e olezzante: la magica Creolina.

E per anni non ho saputo che il nemico aveva un nome altrettanto evocatore e affascinante e alle sue spalle un lungo viaggio complicato: El Tor, il vibrione del Colera, all’epoca della Settima Pandemia partì dall’Indonesia, si diffuse nel Bangladesh, imperversò per l’India, infestò la Russia (che allora aveva un altro nome ma la stessa consuetudine di occultare le notizie). Raggiunse Napoli dall’Africa del Nord, camuffato in una partita di mitili tunisini.

Fu debellato in poche settimane in un’ operazione di profilassi epica e battendo il record di un milione di vaccinati in una settimana. Come se non bastasse, alla ripresa il Napoli vinse due a zero contro la Juventus. Roba da Jedi.

Del resto anche il tifo è una malattia, e in tedesco il tifoso è “il febbricitante” (Der Fibernde).

Malattia come metafora, scriveva un’altra buonanima, Susan Sonntag alla fine di quel tempo incantato in cui ancora si credeva che i virus, i germi e i batteri se la prendessero solo con chi esce dal gruppo e con i poveri. Al massimo con i Meridionali.

Senonché è arrivato un altro nemico, il cui nome evoca più il Ciclo Bretone che le storie di Salgari, ma che non è affatto un cavaliere. Piuttosto un fellone, che sovverte tutte le nostre sicurezze a cominciare da quelle linguistiche e si fa chiamare IL Corona, vanificando anni di studio di grammatica italiana.

Ma quel che è peggio è che questo infingardo parente del comune raffreddore sovverte soprattutto le nostre convinzioni, il nostro orgoglio, le nostre sicurezze e la nostra comodità.

E così, mentre gli eredi della Milano da Bere vanno a prendere l’aperitivo motteggiando che “Milano non si ferma” e “Bergamo corre”, a Napoli si mette metaforicamente mano al lanciafiamme, quasi come in un film di Sergio Leone.

“Ma non è così che funziona!” ammonisce Baudrillard dallo scaffale. E ha ragione.

Milano si è fermata, Bergamo è pietrificata, Napoli è sospesa, Berlino rallenta ma ancora si muove, si lamenta, si indigna, si sgomenta. Vuole continuare a correre. E allora corre al computer, si dibatte nella bolla digitale come fanno i criceti sulla ruota. Giovani insegnanti sicuri di far bene bombardano con quintali di immondizia elettronica gli studenti che boccheggiano davanti agli schermi serrati nelle loro camere come pesciolini nelle bocce.

La macchina burocratico-digitale ci tempesta di email e spera in una presta fine di questo che paragona a “un brutto sogno”, mentre pianifica beneaugurante il mondo che verrà, salvo poi collassare sotto il peso insostenibile dei suoi stessi dati. E di sogno si tratta, anzi, di romanzo. Per tornare alla mia pila di libri, mi sembra che il Corona abbia tramutato molti di noi in replicanti del Dottor Trelawney, il medico del Visconte dimezzato di Calvino, che invece di andare a curare gli appestati va per cimiteri cercando di catturare i fuochi fatui.

Sono passati ormai quasi cinquanta anni dai nostri giochi con l’acqua colorata. Restano i ricordi del giardino ombroso ai tempi del Colera.

Nel lontano 1973 mio nonno, un gentiluomo del Sud, mi insegnò a lavarmi bene le mani, a disinfettare gli angoli reconditi della casa e ogni tanto anche quelli della coscienza, a correre in bicicletta e a fermarmi, per fare spazio all’immaginazione. © elisa hermann 2020.

Il video è di Federico Hermann, alla fine nacque…
Grazie a Carlo Hermann (che spargeva con me la creolina) per la lunga chiacchierata sul Colera a Napoli nell’agosto del 1973.

Alles unter Kontrolle! Ein Leben zwischen Ultramarinblau und Pantone-Niagara.

Aus: Gespräche mit Yasin

Sagen Sie jetzt nicht, Sie hätten es nicht gewusst. Es war doch klar: es würden nicht nur die schönen wackeren jungen Männer kommen, mit denen man (und Frau) gerne in der U-Bahn flirtet, die mal vielleicht auch in 4 Blocks landen, und in ihrer prachtvolle Wildheit unsere Fantasie über den Bello e impossibile aus dem Nahost hoch schwingen lassen.

Und es würden auch nicht nur Syrer auf der Flucht vor Krieg, Gewalt, Unterdrückung und Zerstörung kommen, sondern auch ein paar kriminelle Libyer auf der Flucht vor Gesetzen, Kosovaren auf der Flucht vor hohen Zinsen für Baukredite, minderjährige Tunesier auf der Flucht vor der Schule, und diverse andere dubiose (un)menschliche Gestalten.

Viele, die aus biographischen Gründen nicht mit einem syrischen Pass ausgestattet waren, hatten alles darauf gesetzt, um syrisch zu werden, oder zumindest, syrisch zu erscheinen. Jeder Youtuber weiß es.

Es kamen auch Damen, wie die sogenannte Umm Meruan. Diese erklärte dem Al Jazeera Channel, sie habe es doch überlegt: lieber stürbe sie unter den Bomben, statt ihre Töchter in Frieden und ohne Kopftuch in Europa aufwachsen zu lassen. So kehrte Sie mit der ganzen Familie zurück nach Idlib, die bigotteste Provinz der Welt, nach Bad Tölz. Wunder der Konsequenz. Und des Fanatismus.

Ganz zu schweigen, von denjenigen echten Syrern, die hinter sich ein Leben im Geheimdienst oder in den Folterschwadronen des Regimes zurückließen, um einen frischen Start in Europa zu wagen – und mit leichtem Fuß durch das Refugee Welcome-Hip Hop durchflanierten.

Und jetzt mal ehrlich! Hätten Sie mal den Schreibtisch mit einem Mitarbeiter des BAMF oder des LaGeSo Berlin getauscht? In den Tagen des Wahnsinns, als eine schreiende mehrsprachige Horde vor ihnen stand, die ernährt, logiert und sortiert werden musste: „Bitteschön, hier die ehrlichen Zivilisten, die ISIS-Anhänger dort drüben, bitte!“.

So kann ich es den Beamten vom BAMF nicht verübeln, wenn sie doch noch einen Blick darauf werfen wollen. Man weiß ja nie.

Worauf, meinen Sie? Auf den syrischen Reisepass von Yasin.

Yasin gehört zu denjenigen, die die Gefängnisse der Assad-Familie von innen besichtigen durften, sich ein paarmal in der Schusslinie der Scharfschützen befanden, kurz gesagt, dem Tod nur knapp entwischt sind.

Inzwischen hat sich sein Vermögen erweitert, er ist nun im Besitz eines hellblauen Reisedokuments, eine Farbe, die der Pantone-Niagara sehr ähnlich scheint, und ihn zweifellos als Flüchtling definiert.

Wie der Duden erklärt, das Suffix –ling hebt eine bestimmte Eigenschaft hervor: Neuling, Findling, Jährling, Feigling, Prüfling, dabei wird die so definierte Person mit einem Hauch von Unvollkommenheit – manchmal leicht negativ – versehen.

Ein einziges Suffix, um das Meer der Unsicherheit, Angst, Demütigung zu beschreiben. Die Schlepper und die marodierenden Boote, die Einen, die ihre Seele in das Mittelmeer kotzen, Die Anderen, die heute noch in einem improvisierten KZ in Ungarn, Kroatien oder Serbien rasten, wo sie bei dem Komfort und den Behandlungen dort den syrischen Gefängnissen nachtrauern. Das alles, wenn sie nicht zwischen Sabratha und Lampedusa ersoffen sind.

Magie der deutschen Sprache.

Yasin hat sich außerdem allen Tests unterzogen, und unter Beweis gestellt, dass er für das Leben in Deutschland taugt. Er ist integriert!

Yasin hat einen Job, wofür er unterbezahlt und überqualifiziert ist, wie zwei Drittel der Europäer. Willkommen!

Also ich kann es ihm nicht verübeln, wenn er sich manchmal nicht so ganz willkommen fühlt; das –ling begleitet in diesen Momenten seine Tage wie die Plakette eines Hundes.

Mir wäre auch schaurig, würde ich lesen, dass bei fehlender Mitwirkung mir eine Geldstrafe bis 25.000 Euro angedroht wird, alternativ zwei Wochen Knast.

Er möge doch bitte noch einmal den ultramarinblauen und in Gold kalligrafierten Tausend-und-eine-Nacht-beschwörenden museumswürdigen syrischen Pass den Behörden zur erneuten Kontrolle vorlegen.

„Nur zur Sicherheit… Nein, wirklich nichts zu befürchten…“. Denn man will ja endlich die guten, echten, pedigreehaften Syrer von den Schwindlern endgültig trennen. Irgendwann muss man ja Ordnung im Schrank schaffen.

„Wie? Der Herr arbeitet? … Ja natürlich, Sie können auch selbst den Pass zur Überprüfung abgeben“.

An einem kalten Februarmorgen, im eisigen Ostwind fechte ich der Truppe aus dem spanischen Kindergarten im Abmarsch zum Spielplatz entgegen, überquere gefährliche Hundeleinen, die den Fußweg versperren, bewaffnet, mit einer Kanne voll Thymiantee und einem syrischen Pass, Richtung Bundesamt für Migration und Flüchtlinge steuernd.

Das Röntgen-Band kenne ich vom Flughafen Schönefeld. Der Wachmann ist jedoch hier netter, verständnisvoller und sympathischer. Die Dame, die meine Tasche durchsuchen muss, wartet geduldig, bis ich checke, dass ich diese doch öffnen sollte, es ist ein angenehmer zuvorkommender Mitarbeiter, der mich zum Schalter eskortiert, hinter dem die Angestellten sich liebevoll zum Dienstwechsel umarmen.

Der Warteraum ist hell, in warmen Farben gestaltet, im Fernseher läuft ein Programm auf Albanisch. In diesen wattierten Räumen ist die Welt suspendiert.

Und dann kommt die Unsicherheit. Am Morgen werde ich den Responsus erhalten. Tausende Fragen ringen in meinem Kopf: „Und was, wenn es Probleme gibt?“ Es wird keine Probleme geben, der Pass ist echt. Diese Aberration der Bürokratie muss man durchleben, erst dann hat man Kafka wirklich verstanden.

Der Morgen kommt. Er ist sonnig und mild. Es ist Valentinstag.

Am Eingang vom Amt steht die Familie Simpson von Moldawien. Ein Wachmann, der auch als Dolmetscher fungiert, bemüht sich, zu erklären, dass dies nicht das Sozialamt ist. Es wird nicht leicht. Ich möchte die Geschichte weiter verfolgen, doch ich werde vorgelassen. Keine zwei Minuten: Der Beamte steht schon wieder hinter mir, er händigt mir den Pass von Yasin aus.

„Und jetzt bleibt nur das Gespräch!“

„Wie, welches Gespräch? Habe ich nicht erwähnt? Yasin hat eine Ladung zur Befragung erhalten. Sein „Schutzstatzus“ wird überprüft.

„Nur eine Routine, da müssen alle durch“ Man muss die aktuelle politische Lage in Syrien einschätzen… Schon stelle ich mir Yasin vor, während er vor einem gelangweilten Beamte den Politologen spielt.

Ich denke an Umm Meruan und atme gut durch. In meinem Kopfkino läuft gerade Alles unter Kontrolle! Die Simpsons plaudern weiter mit dem Wachmann-Dolmetscher.

Es gehört dazu: das Ungewisse, das zwischen den Welten suspendiert zu sein scheint, das Pantone-Niagara im Leben, das -ling Suffix der Unvollkommenheit.

„Du wirst nie wieder derselbe sein“, sagte damals ein Psychologe im Aufnahmelager.

Wir alle werden nie wieder dieselben sein. Dieser Krieg hat ein Land zerstört, die Menschen deplatziert, umsortiert, die Welt wieder durchmischt wie Blätter im Herbstwind.

Auf dem Weg nach Hause kommen mir zwei junge Männer entgegen, schwarze Haare, Vollbärte, bescheiden gekleidet. Noch weitere zwei Flüchtlinge aus Syrien, wette ich. Beim Vorbeigehen schnappe ich Fetzen ihrer Konversation auf, es geht um Jobs, im Restaurant. Ich verstehe ihre Sprache. Sie reden nämlich Italienisch, mit einem Akzent aus dem Norden.

Yasin lacht im Kerzenlicht. Er neigt dabei den Kopf leicht nach hinten, vor ihm eine Tasse englischen Tee. Seine perfekt geschnittenen, dunkelbraunen Augen scheinen über dem hellbraunen Teint seines entspannten mediterranen Gesichtes.

Er ist echten Schüssen ausgewichen, er hat das Meer überquert, er lebt.

Er ist wunderschön.

© Elisa Hermann 2019 – all rights reserved.

Editing: Detlef Lange.

Happy Valentainz!

(Tratto da: Dialoghi con Yasin).

Dialoghi con Yasin è un work in progress. Alcune parti sono anticipate in questo blog.

A leggere quella lettera ci si può sentire minacciati, disorientati. Specialmente se uno è profugo di guerra con tanto di documento di identità appena rinnovato in attesa di ritiro, e certificato di integrazione. Insomma un rifugiato a posto con il pedigree.

Come? Ah sì, ora ve lo spiego. In Germania un rifugiato avente stato e diritto è obbligato a seguire corsi di lingua e anche un corso di orientamento sulla società tedesca. Alla fine se è abbastanza bravo supera un particolare esame di lingua e se proprio è studioso partecipa a un test con domande a risposta multipla del tipo: Che cosa succede in Germania a un giornalista che critica il governo? Risposte possibili: 1) Viene immediatamente incarcerato, 2) deve pagare un’ammenda, 3) niente perché in Germania vige la libertà di stampa e di parola. Naturalmente questi sono trucchetti per smascherare subito eventuali componenti dei servizi segreti di stati canaglia che si siano infiltrati alla chetichella nel paese con scopi delinquenti e che ora si spacciano per richiedenti asilo politico.

Insomma, Yasin ha superato tutti i test brillantemente e da qualche tempo è in possesso di un foglietto giallo-arancione intitolato Certificato di Integrazione – Siamo o non siamo?

E se poi sei anche riuscito a inserirti nel famigerato mondo del lavoro, sottopagato rispetto alle tue qualità, e iperqualificato riguardo le mansioni che svolgi, sei esattamente paragonabile ai due terzi della popolazione europea: integrazione riuscita.

A chi può venire in mente ora di rimettere in dubbio tutto questo?

Si, perché, suvvìa il testo non è proprio un invito a festeggiare, soprattutto il passo che fa “lei è tenuto a collaborare e in caso di mancato adempimento punibile con un’ammenda fino a 25.000 Eur commutabile in una pena di reclusione fino a due settimane. Si informa inoltre che nei locali di attesa del ministero non c’è servizio bar”. Insomma uno già si vede trascorrere ore della propria vita in una sala d’aspetto affamato e assetato mentre il film mentale srotola le scene di Sbarco immediato! La prospettiva non è proprio rosa.

Per fortuna nella missiva c’è un numero di telefono – Siamo o non siamo nel paese della trasparenza e della precisione?

Chiamo.

Mi risponde un impiegato imbarazzato quanto compito

No signora, è solo un controllo di precisazione. Nulla da temere.

Vuole dire che durante il procedimento per accertare la legittimità della richiesta di asilo non hanno accertato che si tratta di un passaporto siriano originale?

Esattamente signora.

E mi scusi, questo colloquio, non si può rimandare, sa il signor Yasin lavora…

Certo signora, usi il modulo apposito…

No signora, davvero, stia tranquilla.

Non ho che fidarmi a occhi ciechi del servizio pubblico tedesco, del resto, mi dico, ci lavoro anche io. Mi immagino dietro una scrivania con davanti un’orda di popolo urlante da sfamare, alloggiare e … smistare: “Prego, ISIS di qua, civili semplici di là…”.

E poi, non sta su tutti i giornali che nel paese sono entrati, oltre a siriani in fuga dalla guerra, anche mafiosi libici in fuga dalla legge, padri di famiglia albanesi in fuga dagli alti tassi di credito per costruire la casetta a due piani, più il condono edilizio, minorenni tunisini in fuga dalla scuola, e varia (dis)umanità in fuga da chi sa che altro?

Per un breve momento della storia essere siriani è stato una gran figata, perché evvero che stai in fuga dalle torture, le bombe, le violenze psicologiche, sessuali e fisiche; evvero che hai attraversato il Mediterraneo vomitando l’anima; evvero che in molte caserme italiane vi hanno picchiato, quasi come a dire “il regime siriano non scherza, ma noi nemmeno siamo da meno, e anche se non abbiamo Assad, pure Salvini, nel suo piccolo…”. Evveroanche che un bel po’ di voi sono annegati durante le traversate di fortuna, altri sostano ancora ai varchi di frontiera in Ungheria e in Serbia, in Croazia e in Macedonia, luoghi che in quanto a comfort e prestazioni professionali del personale addetto fanno rimpiangere le prigioni siriane. Evvero tutto. Ma numerosi diversamente passaportomuniti negli anni scorsi hanno fatto carte false (nel vero senso della parola) per essere siriani, o almeno per sembrarlo.

E non si preoccupi signora, non c’è niente da temere. Sì può venire anche lei a farcelo vedere questo passaporto, basta una delega informale.

E grazietante dottore e miscusi il disturbo e arrivederLa dottore.

No, vi giuro, non tossisco per impietosirvi. Mi ha colto l’influenza, ce l’ha fatta alla fine, infingarda.

Mi trascino verso il Ministero per l’emigrazione e i Rifugiati che per fortuna da casa mia si raggiunge a piedi, affrontando il vento, i chilometrici guinzagli di cane stesi da una parte all’altra del marciapiede e i gruppi di bambini dell’asilo spagnolo in marcia forzata verso il vicino parco.

Sono armata di passaporto siriano, il mio documento tedesco e un thermos portatile colmo di tisana di timo, preparata ad un’attesa spartana e frugale.

Mi accoglie un guardiano bonario e cerimonioso che assomiglia alla maschera di un cinema d’altri tempi, mentre entra in scena l’inserviente più discreta della storia dei controlli, avevo dimenticato di aprire la borsa, aspetta paziente e si scusa della perquisizione dicendo “mi permette un abbraccio, signora?”. Penso che assomiglia un po’ alla Signora Rosaria che abitava nel nostro palazzo al Petraio.

Un affabile impiegato di accoglienza mi porta direttamente allo sportello e qui si rivela la vera sorpresa.

Ecco, mi dica… Ah è venuta di persona, certo, si capisce, e chi vuole spedire per posta un passaporto, il colloquio? Ah quello è di routine, lo devono fare tutti ogni due anni.

E che domande bisogna attendersi?

Mah, domande generiche: che ne pensa della Siria? È un paese sicuro secondo lei?

Immagino Yasin novello esperto di politica internazionale discettare delle sorti del Medioriente davanti a un impiegato annoiato…

Non so perché ma ho l’impressione che tutto questo non abbia niente a che vedere con gli astanti. Piuttosto sembra un copione scritto in virtù di qualche accordo politico atto a tenere buono quel gruppo che in Parlamento siede alla destra del centro.

Aspetto non più di venti minuti in una sala luminosa e accogliente. Uno schermo mostra un filmato in albanese. Alcuni manifesti informano in varie lingue sul rientro volontario, sottolineo, volontario, con un incentivo statale non indifferente. Penso a un paio di signore che una volta in salvo in Germania hanno dichiarato su Al Jazeera di preferire le bombe in patria piuttosto che vedere le proprie figlie crescere in pace all’estero senza velo. E se ne sono tornate a Idlib (la provincia più bigotta del mondo dopo Treviso) – La coerenza non ha limiti, il fanatismo nemmeno.

Scopro che dietro un angolo nascosto ci sono tre distributori funzionanti di bevande calde e fredde, due lavandini muniti di disinfettante per le mani, c’è perfino un fasciatoio. Manca il barista – era questo che intendeva la lettera.

La signora grassa ritorna sorridendo, mi porge una ricevuta e mi invita a tornare domani “in mattinata”.

Domani in mattinata è oggi, San Valentino. La bronchite avanza, la esorcizzo con una doccia bollente e mi infilo un pullover da pecora. Leggo la notizia che due sgherri del regime di Assad sono stati arrestati – uno a Berlino – nell’ambito di un’inchiesta che durava da due anni. Si erano spacciati per profughi di guerra. Che li abbiano scoperti perché hanno risposto sbagliato al test?

Mi preparo al peggio: “Come reagisco se non mi restituiscono i documenti? Quella postilla non l’avevo proprio letta, che cosa vorrà mai dire?”. Mi innervosisco. Mi dico che andrà tutto bene. Chiudo la porta a chiave e aspetto l’ascensore che arriva in uno sfolgorìo di luce alogena e acciaio cromato. Che desiderare oltre?

Oggi è San Valentino, per strada fa quasi caldo. Invio un messaggio a mio figlio in Australia, Happy Valentine … .

Questa volta l’ingresso del Ministero è bloccato da una famiglia di Kosovari venuti a fare domanda per un alloggio popolare. Faccio l’aria seria, ma in realtà seguo appassionatamente il colloquio. C’è un traduttore, ma non riesce a convincerli che questo è il ministero per l’emigrazione, e la loro richiesta va inoltrata invece all’ufficio affari sociali.

L’impiegato impietosito mi fa passare avanti, si ricorda di me. Non faccio in tempo a entrare in quella sala che sembra una lounge, eccolo di nuovo alle mie spalle, mi porge i documenti di Yasin.

Mi richiudo il piumino, faccio per uscire, ma la signora grassa di ieri mi richiama dallo sportello.

Allora che cosa vuole fare il signor Yasin per il colloquio?

Ah giusto, voleva fare domanda per procrastinarlo. E lei, memore del desiderio sta ora pronta con un modulo davanti, quasi felice di rivedermi. Mi sento leggermente in colpa.

No signora, non c’è bisogno, Yasin ha mostrato ieri l’invito al suo capo, gli ha letto la parte sul mancato adempimento etc. Lui ha risposto: vai, vai di corsa! – La signora annuisce e quasi ride, conscia. C’è sempre un abisso fra la burocrazia e le persone.

Grazie tante, signora, lei è un tesoro – Le dico. Oggi è San Valentino.

Chiamo Yasin.

“Complimenti, sei un siriano accertato con il pedigree.”

Replica un commento in arabo che non è il caso di riportare. Immagino che in quell’Ufficio potrei lavorarci, o almeno ogni tanto andarci a prendere un tè insieme, in alternativa a Starbucks, o al cinema del quartiere.

Il colloquio, almeno, è quasi esorcizzato.

Da lontano vedo due ragazzi barbuti e modestamente vestiti. “Altri siriani”, immagino. Quando mi passano vicino riesco a cogliere perfettamente stralci della loro conversazione su un qualche lavoro in un ristorante: infatti parlano in italiano, con accento del nord… Damasceni, milanesi, una faccia una razza!

Una signora mi chiede se ho da cambiare per il parcheggio. Le regalo tutte le monetine che ho: Oggi è San Valentino.

Mi infilo in farmacia per fare scorta di gocce e pillole antinfluenzali, poi compro un dolce di frutta e filo dritto al tavolo della mia cucina che in questo momento della giornata è inondata di sole.

Mio figlio risponde al messaggio: Si dice Happy Valentine’s, mamma, e mi cita la filastrocca per ricordarsi della regola: he-she-it, the s must fit. Il tutto decorato dai cuori di ordinanza.

Ma io Happy Valentinez proprio non riesco a dirlo. “Happy Valentine!”, dico al fattorino che proprio or ora mi sta porgendo un pacco da parte di Yasin e mi risponde: “Happy Valentine anche a lei, signora”

(to be continued…)

©Elisa Hermann 2019 – all rights reserved.

Pensieri sparsi lungo il percorso di un giubileo

È la fine di un tiepido pomeriggio di primavera inoltrata. Sono di ritorno da una breve, brevissima vacanza metropolitana: ho passato ore trasognate su una terrazza fra i tetti della città, intorno solo il sole e il fruscio lieve delle canne mosse dalla brezza, avanti un bicchiere d’acqua e l’orizzonte celeste. È uno di quei momenti in cui il mondo sembra veramente a posto così com’è, mi incammino verso la fermata dell’autobus che mi porterà a casa in poche fermate. E la vedo già da lontano, allegra e colorata, ma cos’è? Mi avvicino e finalmente la riconosco. C’è una lapide in quel posto, c’è già da alcuni anni, come altre che amministrazione cittadina ha piantato in vari quartieri tranquilli e alla moda per commemorare il fatto che che questi luoghi urbani qualche anno fa tanto tranquilli non erano. Per l’esattezza cinquanta anni fa. In particolare questo incrocio fu testimone di un’aggressione armata a sangue freddo nella quale fu ferito Rudi Dutscke, l’anima carismatica e creativa della rivolta studentesca. Era il 1968. Dutschke morì dieci anni dopo per le conseguenze dell’attentato.

Per chi si trovasse a Berlino, la lastra si trova sul Kurfürstendamm, all’angolo con la Joachim-Friedrich-Straße, una zona ormai fascinosamente decadente e decentemente gentrificata, in parte proprio dai ribelli di allora che sono i professori, i medici e gli avvocati di oggi, molti in pensione, alcuni già pronti a occupare i locali della signorile casa di riposo che si trova dall’altro lato della strada con tanto di iscrizione latina.

Non attirerebbe la vostra attenzione: la pietra è impressa nel pavimento stradale, quasi invisibile ai passanti che raramente vi danno uno sguardo frettoloso.

Oggi però tutto è diverso su questo pezzo di selciato attorno alla stele dimenticata. A cominciare da quelle scarpe sparpagliate in apparente disordine e tracciate da cerchi di gesso, per continuare con quei fiori sciolti, singoli e a mazzi e per finire con quel cartone ondulato che sventola nella brezza come se volesse liberarsi dal palo a cui è stato fissato con il fil di ferro, e ricorda a lettere colorate che “La rivoluzione non muore”.

un’installazione inusuale. Si tratta di un colpo di mano dei seniores del vicinato? Un giornalista affiorato dalla mia ricerca estemporanea sulla Rete si chiede se per caso attempati signori e signore abbiano approfittato del momento per liberarsi di calzature ormai fuori moda.

A prima vista gli darei anche ragione. Per quelli di noi che in quegli anni della rivolta furono bambini sono grati i momenti in cui non se ne parla, soprattutto in questi mesi in cui uno dopo l’altra stiamo arrivando al mezzo secolo, come birilli che crollano alla fine della pista, mentre i nostri vecchi sprizzano vitalità da tutti i pori, rilasciano interviste, partecipano a convegni, realizzano installazioni.

E a noi non resta che ricordare per la cinquantesima volta i lunghi pomeriggi trascorsi in aule affollate e fumose, le marce forzate delle manifestazioni e le prediche annose prima, durante e dopo l’adolescenza. Essere figli e nipoti del sessantotto ha significato essere ragazzi negli anni ottanta, anni bui, disorientati, incerti all’ombra della catastrofe atomica e soprattutto gli anni in cui ogni nostro timido tentativo di ribellione, protesta, autorealizzazione che fosse, risultava inutilmente ridicolo, scialbo, al minimo fuori luogo, e al massimo una brutta copia delle gloriose imprese dei nostri antenati. Nessuno ha espresso questi sentimenti meglio di Enrico Brizzi nel suo capolavoro Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Anche altri autori hanno scritto le magnifiche sorti e progressive degli eredi degli ex-rivoltosi.* Tutto è stato detto e io potrei solo aggiungere il capitolo in cui ci siamo trovati i rivoluzionari di un tempo come capiufficio e dirigenti all’inizio delle nostre carriere, ma risparmio al lettore tale patetico quadro di miserie di fine Novecento. Disavventure di impiegati senza qualità.

Sorrido al cartellone ondeggiante, ai fiori e alle scarpe. Mi dico Grazie, sì, siete stati grandi, ma non sarebbe ora di chiudere anche questa pagina del grande libro della Storia? Farci respirare in libertà il secondo mezzo secolo che ci vedrà pensionati senza meriti, senza interviste da rilasciare? Sarebbe ora di consegnare finalmente tutto ai musei, ai libri, alle tesi di laurea. Metterci, veramente, una pietra sopra? Intanto arriva l’autobus e io mi metto in viaggio verso una serata serena e una cena all’aperto, la prima della stagione.

Senonché, qualche settimana dopo, nel pieno degli esami e del primo caldo estivo mi imbatto in un’altra scritta, anche questa volta sul pavimento. In un bel viola carico si propone cultura invece di scuola. “Qualcuno è ancora immune dall’omologazione quotidiana”, la conclusione di Armando, un mio giovane collega che nella realtà ha un altro nome.

Con il pensiero ritorno all’installazione delle scarpe, facendomi largo fra la massa degli studenti irriguardosi per guadagnarmi l’ingresso dell’istituto scolastico, il mio posto di lavoro.

Incontro Mara, che anche lei in realtà ha un altro nome. Conversiamo sullo stato presente delle fatiche, conveniamo che è sempre più difficile trasmettere saperi e valori in un mondo dove l’impegno civile è diventato un lusso per chi se lo può permettere e il resto è una corsa a ostacoli per cercare di rimanere al di qua delle transenne che dividono i sempre meno privilegiati dai sempre più esclusi.

Che il Sessantotto sia stato l’ultimo momento in cui l’Europa sognò un mondo più giusto, con slancio e sincerità? Che gli anni che seguirono non furono in realtà una lunga marcia verso l’appiattimento degli spiriti, delle coscienze, della politica?

Gli anni della protesta furono anni difficili, anni violenti, anni pieni di errori. Ma furono anche anni veri, anni di rivolta contro l’ingiustizia in una società ancora impastata di fascismi, in cui l’istruzione scolastica era ancora un privilegio di pochi, anni in cui le guerre destavano orrore, indignazione, anni in cui si protestava contro le dittature dei paesi esteri e nessuno si sarebbe mai sognato di deportarvi persone non grate alla nostra Europa del benessere, come accade oggi.

In quegli anni c’erano i Leone, gli Andreotti e i Cossiga, i Nixon, Gli Assad e i Gheddafi. E c’erano anche i Moro, i Berlinguer, i Willi Brand, e i Dutschke, c’erano quelli come mio padre e mia madre, quelli che in un mondo migliore ci credevano veramente. E c’era Pasolini. C’era una sinistra italiana che faceva andare Carmelo Bene e Dario Fo in prima serata, e Ligabue era un pittore disadattato e non una rockstar. Oggi ci sono solo i Grillo e i Salvini; non c’è più Gheddafi, ma in compenso la Libia è un tumulto di fazioni, signori della Guerra e gruppi militari incontrollati che si spartiscono il paese a colpi di arma da fuoco e varie atrocità. E l’Italia con questo paese fa patti per tenere lontana dalle sue coste la povera gente, quelli che un tempo si chiamavano i proletari e che oggi si definiscono clandestini, migranti, illegali. Oggi in Italia nessuno scende più in strada contro le guerre. E pochi sanno che in Germania nell’autunno scorso si sono svolte vere e proprie cacce all’uomo contro i profughi, mentre ogni famiglia tedesca paga di tasca propria circa tremila euro all’anno per il risanamento del crollo bancario di dieci anni fa. I nostri studenti imparano il dibattito, ma non sanno riempirlo di contenuti, nelle assemblee si litiga su banalità, i genitori stanno ancora nei consigli scolastici, ma solo per lamentarsi, in un mondo in cui tutto si può mettere in questione, ma non si trova alcuna risposta.

È inverno: un mattino plumbeo staffilato da una perfida pioggerellina sottile gelida che irrigidisce i muscoli e affloscia il morale. Uno studente si lamenta perché l’altra classe invece di fare lezione va a un incontro con Frank Matano. A volte bisogna ammettere la propria ignoranza, anche di fronte a una classe, così prego suddetto alunno di fornirmi particolari ulteriori. Scopro che l’entusiasmo vale a un comico che ha fatto fortuna su youtube. Con tutto il rispetto per questo signor Matano, c’è stato un tempo non lontano in cui i miei allievi fibrillavano per Dacia Maraini e Amara Lakhous e l’aula magna della nostra scuola di provincia mitteleuropea un giorno si riempì di ragazzi di tutta la città venuti ad ascoltare Stefano Benni, non proprio Pasolini, ma neanche Matano. Oggi sarebbe improponibile: troppe verifiche, troppi controlli in itinere, troppi esami, troppa disciplina, troppa burocrazia.

Troppa arroganza, egoismo, appiattimento culturale, standardizzazione, omologazione. Troppa indifferenza, troppa paura, troppo cinismo.

I sessantottini erano dei gran rompicoglioni, ma piantavano aiole per strada molto prima del movimento ecologista, collaboravano con gli insegnanti nelle scuole di quartiere, molto prima che andare al consiglio di classe diventasse una moda per signore annoiate, organizzavano il teatro di strada. Forse non tutti erano sinceri, probabilmente molti lo fecero per moda, o per proprio vantaggio, ma erano tanti, quelli che ci credevano, e non solo per le strade, ma anche nelle redazioni, in televisione, nelle scuole e nelle università. Peccarono di orgoglio e di ingenuità quei ribelli cresciuti al sole del dopoguerra che volevano cambiare tutto e nemmeno lontanamente immaginavano che un mondo peggiore è possibile.

La scritta viola ormai sta sbiadendo, Le scarpe e i fiori ormai dimenticati.

Le scarpe di Rudi Dutschke, quando mezzo morto fu trasportato via dall’ambulanza in quel giorno grigio di fine aprile di cinquanta anni fa, rimasero appaiate sull’impiantito. La polizia le cerchiò di gesso, perché erano parte della scena del crimine. In una foto d’epoca vedo la bicicletta rovesciata e la sua cartella mezzo aperta con i fogli in disordine mossi dal vento.

© Elisa Hermann, 2019 – All rights reserved.

Riferimenti:

La lapide e le scarpe:

http://schmid.welt.de/2018/04/

3000 euro per le banche

https://sz.de/1.4126273

Io sto con Samed

Gustavo Hermann

* Caterina Duzzi, nel volume Compagni genitori, comunisti immaginari, narra la propria infanzia ai tempi di Lotta Continua.

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